Pink Floyd "The Dark Side Of The Moon"
di Cristiano Ghidotti

Pink Floyd - The Dark Side Of The Moon In letteratura si utilizza la sineddoche come figura retorica utile a indicare il "tutto" tramite una sola parte di esso. Con un po' di immaginazione si può fare altrettanto per spiegare, in ambito musicale, il significato di alcuni album con cui a distanza di decenni vengono ancora identificati i loro autori. La definizione calza a pennello per i Pink Floyd e, in particolare, "The Dark Side Of The Moon". Quello del 1973 è sicuramente uno degli album più conosciuti della formazione britannica (al pari forse di "The Wall"), a tal punto che non è raro sentir nominare il quartetto e pensare al prisma su sfondo nero della copertina.

Oggi, a quarant'anni dalla pubblicazione (24 marzo 1973), tutti sono uniti nel definire il disco come un "capolavoro", ma all'epoca in cui venne presentato non riscontrò immediatamente i favori di giornalisti e magazine, conseguenza anche del rapporto piuttosto conflittuale tra i Pink Floyd e la stampa specializzata.

Il disco segna una decisa svolta nella carriera della band, decretandone definitivamente la maturità e, in un certo senso, facendo loro prendere le distanze da quella produzione che li ha visti diventare il punto di riferimento del tanto discusso quanto affascinante movimento rock psichedelico. Vuoi perché il mondo musicale stava vivendo un periodo di assoluta innovazione, segnato dall'esplosione creativa di alcune band progressive (King Crimson, Yes, Genesis per citarne alcune), non era per niente raro veder pubblicati concept album, dischi in cui tutti i brani sono collegati tra loro da un filo conduttore.

"The Dark Side Of The Moon" rientra alla perfezione in questa categoria, in quanto affronta in tutta la loro complessità le paure e le angosce di una società e della sua epoca, filtrate attraverso il genio di Roger Waters, lo stesso che qualche anno più tardi concepirà il già citato "The Wall". È uno degli album più conosciuti del gruppo e ancora oggi il suo costante ritmo di vendite, tra riedizioni speciali e remastering in 5.1, non si accenna a rallentare. Al disco possiamo anche attribuire il merito di aver fatto conoscere la band a molti che (come il sottoscritto) per ragioni prettamente anagrafiche si sono avvicinati alla loro musica quando già da un pezzo gli strumenti di Gilmour, Waters, Wright e Mason erano stati "appesi al chiodo", progetti solisti a parte. Questo non significa però che si stia parlando del lavoro floydiano più completo e innovativo.

Gran parte del merito va attribuita ad Alan Parsons (poi fondatore dell'Alan Parsons Project), ingegnere del suono capace di tessere all'inizio degli anni '70 trame musicali che ancora oggi risultano di invidiabile bellezza e complessità. Brani come "Breathe", "Time" o "Money", puntualmente riproposti poi dal vivo, sono entrati di diritto nella storia del rock. Le tematiche trattate nei testi fanno riferimento a problemi (e alle paranoie) che quotidianamente chiunque si trova ad affrontare: la paura della morte ("The sun is the same in a relative way but you're older / Shorter of breath and one day closer to death."), la fatica nel proseguire lungo il proprio cammino ("And when at last the work is done / Don't sit down it's time to dig another one), il denaro (Money, so they say / Is the root of all evil today).

Qui le lunghe suite prodotte in passato ("Atom Heart Mother" e "Echoes" su tutte) lasciano il posto a brani "relativamente" brevi, intervallati da passaggi in cui la psichedelia e le sonorità che hanno reso i Pink Floyd un punto di riferimento del movimento underground di fine anni '60 tornano a farsi sentire. È questo il caso di "Speak to me" (che apre il disco) e "On the run", di cui consiglio la ricerca della versione poi scartata ma più volte eseguita dal quartetto ad inizio anni '70.

Non mancano i momenti toccanti, uno su tutti la prova vocale di Clare Torry in "The Great Gig In The Sky" e il sax di Dick Parry in "Us And Them", brano la cui lunghezza però rischia di "addormentare" l'atmosfera del disco. Gli ultimi pezzi non fanno che concludere mettendo ancor più in luce la confusione esistenziale presente nella testa di Waters ("The lunatic is in my head / ... / There's someone in my head but it's not me"). Ai più curiosi consiglio una ricerca a proposito di un misterioso e alquanto intrigante legame tra il disco in questione e il film "Il mago di Oz" di Victor Fleming (1939).

In conclusione, si può certamente affermare che, pur non rappresentando (a mio parere) l'apice compositivo dei Pink Floyd, "The Dark Side Of The Moon" abbia stabilito un punto di riferimento nel panorama rock, capace di unire brani musicalmente perfetti a tematiche mai banali, il tutto valorizzato da una produzione impeccabile.

Tracklist:
01. Speak to me
02. Breathe
03. On the run
04. Time (Breathe reprise)
05. The great gig in the sky
06. Money
07. Us and them
08. Any colour you like
09. Brain damage
10. Eclipse

Etichetta: EMI
Anno: 1973
Sito internet: http://www.pinkfloyd.com/

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