Intervista a 'O Zulù (Luca Persico, 99 Posse)

Come sono i tempi di oggi per una formazione musicale nata negli anni '90? Una risposta è certa: diversi. Forse troppo. Il gioco è sapersi rinnovare, cogliere le contaminazioni, ripercorrere le esperienze senza cedere alle nostalgie. Lo ha saputo fare 'O Zulù, all'anagrafe Luca Persico, che ha intrapreso un nuovo cammino con la sua storica band, i 99 Posse, a diversi anni di distanza dal loro discusso scioglimento. Lo abbiamo incontrato.

Carlotta Giovannucci intervista Luca Persico, 'O Zulù dei 99 Posse

C.G.: Un nuovo tour per i 99 Posse, a qualche anno dal vostro scioglimento. Come dobbiamo considerare il vostro esperimento? Una reunion alla Litfiba? Un nuovo punto di partenza?

O.Z.: In realtà, quando ci siamo separati lo avevamo fatto per un bene comune: la possibilità per ognuno di seguire la propria strada, la libertà. Abbiamo voluto fermarci prima di distruggere. In questi anni abbiamo raggiunto separatamente un equilibrio, allontanandoci per un po' da quello che era diventato non solo un onore, ma un onere.
La 99 Posse, infatti, è stata un'esperienza bellissima, ma non aveva soluzione di continuità, era una tensione continua, una pressione costante fra discografia e live... Nella pausa ognuno di noi ha raggiunto invece una propria armonia. Per me è stato il momento di un equilibrio soddisfacente fra politica e musica.
Poi un giorno, seduti intorno a un tavolo in occasione di un concerto per alcuni compagni arrestati, abbiamo pensato di riavvicinarci e tentare. Visto che insieme avevamo avuto una capacità grande, quella di non passare inosservati, abbiamo pensato che fosse giunto il momento di riaccendere i riflettori sulla scena underground. Questo look ingrigito della sinistra aveva bisogno di novità.

C.G.: E se invece la formazione 99 Posse fosse nata oggi? Sarebbe diversa?

O.Z.: Diciamo che per fortuna non è nata oggi. Quell'epoca era diversa, così intrisa di edonismo reaganiano... O ti conformavi o non c'eri. Il movimento dei centri sociali allora però ha avuto la sua gloria: rappresentava un bisogno, aveva un senso. E i 99 Posse sono stati il catalizzatore di tutte queste espressioni. Aggiungici poi che a noi non è mai interessato sfondare, eravamo una delle mille voci dei centri sociali autogestiti, e volevamo solo far sentire le nostre richieste.

C.G.: Nella sezione "Bio", sul sito Web dei 99 Posse, parlate dei prezzi altissimi che si devono pagare in una società che censura. Si tratta di una lunga sequenza di reati, alcuni dei quali evidentemente legati al dissenso politico che dimostrate...

O.Z.: Esistono reati collegati a determinate categorie sociali. Sembra quasi che queste categorie siano predestinate, anzi, sarebbe meglio dire "predisposte" alla commissione di determinati reati. La delinquenza ha tanti livelli, ma è come se ogni livello fosse destinato ad una certa parte della società. Quella parte che spesso non può levarsi dai guai perché non ha soldi per pagarsi l'avvocato. E in fondo, poi, non sono proprio un certo tipo di reati a caratterizzare quel plusvalore che nel tempo lo sviluppo ha saputo creare?.

C.G.: I vostri pezzi sono sempre incentrati su temi forti, ad alto contenuto sociale. Ribelli, poveri, emarginati... Pensi che i vostri testi raggiungano tutti i destinatari?

O.Z.: Il problema di un gap fra linguaggio della comunicazione e destinatario è un problema tipico della sinistra, ma possiamo dire che con l'avvento della 99 Posse è scomparso. Abbiamo tradotto le difficili parole della sinistra in messaggi e immagini semplici e comunicative. Il linguaggio ci ha liberato e ci ha fatto viaggiare oltre la realtà underground proprio perché non parlavamo come se fossimo solo il bollettino di un centro sociale.

C.G.: La 99 è stata anche un'etichetta discografica: com'è andata quest'esperienza?

O.Z.: È stata fallimentare, possiamo dirlo. Avevamo l'esigenza di restituire all'underground quello che ci aveva dato. Volevamo dar voce a quel crogiuolo di potenzialità inespresse che ci sono ancora in Italia. Non ha funzionato. Oggi è meglio puntare sul Web, sui download. Oggi avrebbe senso un portale Web più che una produzione discografica come una volta.

C.G.: Siete nati nel contesto dei centri sociali: com'è ora la scena underground italiana?

O.Z.: Una volta i centri sociali erano poli importanti nella vita di una città. Poi invece è cambiato il modo delle città di rapportarsi ad essi. C'è stato un lungo periodo di stasi in cui il fermento dei centri sociali si è assopito. Oggi però ci sono segnali di novità, specie perché ci sono nuove generazioni pronte ad agire.

C.G.: Oltre ai 99 Posse di recente per te c'è stato il progetto Al Mukawama: ne parliamo? Da dove nasce, cosa rappresenta?

O.Z.: Al Mukawama significa "Resistenza" in arabo ed è un progetto musicale che nasce dopo aver visto in giro per il mondo esistenze, abitudini e attitudini molto simili alle nostre. Mi riferisco in particolare al Medio Oriente e al Sud America. Abbiamo poi scelto un riferimento arabo perché la nostra esperienza di viaggio in Palestina ci è sembrata più significativa in questo senso. Da qui si è sviluppata una collaborazione preziosa che ha visto la nascita dell'Al Mukawama Sound System prima e di Zulù in the Al Mukawama Experiment 3 poi. Un'esperienza di contaminazione musicale intensa.

C.G.: E poi un ritorno alle melodie popolari...

O.Z.: Sì, soprattutto con la Tamurriata Rock ed Enrico Capuano. Avevamo bisogno di un contatto con le origini.

 

Intervista realizzata da Carlotta Giovannucci, PianetaRock.it luglio 2010

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