Intervista alla Premiata Forneria Marconi

Cristiano Ghidotti intervista Franz di Cioccio, Franco Mussida e Patrick Djivas, nucleo storico della Premiata Forneria Marconi, in occasione del tour che segue l'uscita dell'album "A.D. 2010 - La Buona Novella"

Cristiano Ghidotti intervista la Premiata Forneria Marconi

Cristiano Ghidotti: Avete da poco pubblicato "A.D. 2010 - La Buona Novella", a quarant'anni esatti dall'uscita originale dell'album di De André e proprio in occasione di quello che sarebbe stato il settantesimo compleanno di Fabrizio. Perché riproporre proprio ora un disco così particolare e ancora attuale? Prendo come esempio l'ultimo brano, "Laudate hominem", in cui ritroviamo un invito ad amare il prossimo in quanto figlio dell'uomo, non come figlio di Dio. Quello di Fabrizio era un punto di vista senza dubbio critico, nato da una profonda ricerca e dalla lettura dei Vangeli apocrifi. Perché riproporlo oggi?

Premiata Forneria Marconi - A.D. 2010 La Buona Novella

Franco Mussida: Facciamo un giro di risposte, perché qui le opinioni sono diverse.

Franz Di Cioccio: Ha senso riproporlo adesso, dopo quarant'anni, perché è un album che all'epoca già divise molto. Lui prese una posizione in contrasto con quello che era la rivoluzione di allora, nel '68-'70. Lui rispondeva alle critiche che gli facevano per la sua non partecipazione alle rivoluzioni varie, con dei testi... Si aspettavano da De André un presa di posizione più precisa, più schierata e lui invece rispose alla De André, con una cosa spiazzante, dicendo che le istanze dei giovani rivoluzionari erano poca cosa rispetto alle istanze ben più alte del più grande rivoluzionario della storia che era Gesù, esattamente 1.968 anni prima, perché si era opposto al potere in nome di un'eguaglianza sociale per tutti, mettendosi dalla parte degli ultimi.

Enunciando inizialmente una lode al Signore e in conclusione una lode all'Uomo, si chiarisce che Gesù in quanto Dio è inimitabile. Infatti nel testo si cita che alcuni si sono fatti Dio, ma alla fine sono caduti nella polvere come tutti gli dei finti che si autoproclamano. Il potere poi li acceca. Se invece noi consideriamo Gesù non come Dio - perché Dio non è inimitabile da nessuno in quanto assoluto - ma come Uomo, è una figura secondo me ben importante, e anche secondo Fabrizio. Noi abbiamo raccolto questa parte finale dove si racchiude tutto, dicendo "come Uomo", così Gesù diventa un compagno di strada, diventa un fratello, diventa un qualcosa da cui trarre ispirazione, soprattutto perché dentro di lui ci sono il senso dell'accoglienza, della misericordia e del perdono, che all'uomo mancano.

Diciamo che dopo quarant'anni non c'è una rivoluzione in atto e quindi, se vogliamo, il nostro punto di vista nell'Anno Domini 2010 è quello di dire "Facciamo la rivoluzione dentro di noi", cerchiamo di capire che dobbiamo aprirci all'accoglienza, prendere questo modello e portarlo in giro. Soprattutto con un disco come questo, di cui in questo momento c'è bisogno perché la musica ha preso una deriva molto strana. Passa attraverso la televisione e non è più musica, diventando reality, diventando prodotto di super-consumo. Le radio passano solamente le playlist e quindi la musica si fa nei concerti live. La PFM da una decina di anni a questa parte ha deciso di impostare gran parte del suo lavoro sul live. Per questo noi chiudiamo con una metafora, dicendo "La porteremo sui palchi e per terra, tra borghi e città, la tua buona novella", tramandando sia quel senso di fratellanza che esprimeva Gesù, che il senso del disco di Fabrizio, che si opponeva al benpensare e anche al malpensare solamente per fazione.

Cristiano Ghidotti: Franco prima diceva che forse c'è qualche parere discordante a questo proposito.

Franco Mussida: No, non è proprio un parere. Ognuno vive la figura di Cristo a suo modo. Qui non c'è un ufficio stampa che standardarizza il nostro pensiero. Però tutti noi abbiamo la consapevolezza che questo sia un messaggio alto e nobile, in un momento - come diceva giustamente Franz - in cui c'è una certa generale superficialità di pensiero. Il fatto di riproporlo dopo quarant'anni significa riproporre un classico.

È una casualità che l'avessimo suonato noi nel 1970. Siamo rimasti io e Franz di quella registrazione, che tra l'altro ci vide insieme e incontrare Fabrizio per la prima volta. Ci incontrammo lì. È un classico, come un classico può essere un'opera di Mozart - come ricordava Patrick qualche tempo fa - oppure un'opera di un classico che ad un certo punto viene riletta per non perderne le tracce e mantenerla viva.

Patrick Djivas: Non solo quello. Sai, nel mondo la storia è un cerchio che si ripropone costantemente, continuamente, senza tregua dall'epoca dell'uomo delle caverne fino a oggi e probabilmente nelle prossime migliaia di anni che attendono la nostra civiltà. Il ruolo degli antichi romani è stato quello del potere. Il rapporto del potere con il popolo è sempre lo stesso, dai tempi dell'inizio della civiltà e fino alla sua fine sarà sempre così. Oggi i romani sono Wall Street e quanti approfittano della loro posizione per imporre la propria volontà e trarne profitti.

Un personaggio come Gesù Cristo, che lotta contro questo meccanismo, è un personaggio straordinario, perché non lotta con la forza, ma con il pensiero. La cosa più straordinaria è che riesce, vince. È lui che vince. Dopo anni il cristianesimo diventerà la religione dei romani. Di conseguenza, questo è un messaggio straordinario, di speranza, in un periodo veramente buio come questo, dove la cosa più triste è il fatto che non ci sia più speranza. Sembra che tutti siano ormai rassegnati a una situazione che è talmente sprofondata da non potersi più rialzare.

Cristiano Ghidotti: La parola chiave per leggere la situazione attuale è dunque "rassegnazione"?

Patrick Djivas: Esatto, rassegnazione, che è la cosa peggiore in assoluto. Questo è forse il primo momento della nostra storia, della storia della nostra civiltà, in cui c'è un senso di rassegnazione così forte. Non c'è mai stato.

Cristiano Ghidotti: È questo che differenzia il proporre adesso un disco simile dal farlo negli anni '70?

Patrick Djivas: Esatto, questa è la differenza.

Franco Mussida: A volte ritornano, nel senso che allora era un'epoca sicuramente meno silenziosa di quella attuale. Questa è un'epoca molto silenziosa per certi versi, però le tensioni e le voglie di un tempo, che erano state magari un po' sollecitate da quella parola che c'era nell'aria e che si avvertiva... adesso si avverte la necessità di ricollegarsi a quello che non c'è. Però la tensione è identica, è ancora quella, quindi siamo in un momento molto interessante.

Cristiano Ghidotti: Quindi interessante per riproporre quest'opera, perché ce n'è senz'altro più bisogno oggi che trenta o quarant'anni fa?

Franz di Cioccio: Se posso usare un paradosso, siamo in un'epoca assolutamente "silenziosa perché troppo rumososa", quindi anche le voci non si colgono più, i bisbigli nemmeno. Però c'è tutto questo movimento nella Rete, gente che si incontra... Vedi, quando succedono fatti eclatanti come quello della ragazza che si è fatta togliere il sangue per protesta...

Franco Mussida: Questi sono i nuovi cristiani.

Franz Di Cioccio - Premiata Forneria Marconi

Franz di Cioccio: Pensiamo che questo sia un gesto inutile? Io, quando ho sentito questa notizia, ho pensato a Jan Palach, quando per la Primavera di Praga si diede fuoco. Lui non era uno dei bonzi buddhisti, che sono ben abituati a una certa sacralità. Lui era un operaio. Questa ragazza ha fatto un gesto talmente alto che non si può non tenere in considerazione.

Il dispiacere, ovviamente, è che sia morta. Allora, andiamo a rivedere: Gesù è morto secondo quanto tutti sanno nella storia che racconta il Vangelo. Questo invece è il Vangelo popolare, quello della Vulgata, in cui lui è un uomo e in quanto uomo abbiamo la possibilità di trarne degli insegnamenti.

Noi vogliamo riproporre ora "La buona novella" perché karmicamente questo gesto chiude il nostro rapporto con Fabrizio. Eravamo giovani quando l'abbiamo fatto e non abbiamo potuto mettereci più di tanto le mani, abbiamo dato il nostro suono ma non la nostra creatività. Qui invece abbiamo messo la nostra creatività, con un lavoro molto particolare, senza toccare le sue melodie, senza toccare il suo testo, ma dando quel qualcosa in più. Naturalmente è un rischio che abbiamo corso con grande piacere e ci aspettiamo delle critiche, che non faranno altro che rafforzarci. Noi volevamo fare questa cosa, perché è come un grido nel grande rumore, che poi nella realtà si rivela il silenzio della situazione attuale.

Cristiano Ghidotti: Franz, tu hai detto "eravamo giovani quando abbiamo incontrato Fabrizio". Pensando a De André e ai suoi lavori, immagino un cantautore con una vena poetica, quasi intima e minimalista a volte. La vostra era una realtà ben diversa, con esperienze molto differenti da quelle di Fabrizio: salivate sul palco in maniera anche aggressiva, con una musica dall'impatto molto forte. Com'è stato possibile conciliare queste due dimensioni?

Franco Mussida: È stato meno difficile di quanto si possa pensare, perché una delle caratteristiche che ci contraddistingue, e che ci unisce come minimo comune denominatore alla figura di Fabrizio, è che lui era un poeta immaginativo, un cantante poeta che aveva la capacità di restituire, attraverso le sue parole, le intenzioni profonde che andavano al di là della parola e dei concetti. Quindi in qualche modo faceva vivere, attraverso le immagini che stavano dietro le parole, tutto un mondo che era poi quello della sua poesia. Tutto questo veniva rappresentato dalla sua voce, dal suono della sua voce con gli arrangiamenti tradizionali, ma non è mai stato rappresentato nello spettro della visione sonora.

Cristiano Ghidotti: Quindi avete aggiunto una dimensione.

Franco Mussida - Premiata Forneria Marconi

Franco Mussida: Noi abbiamo aggiunto una dimensione che era lì e bisognava solamente tirare fuori. Gli arrangiatori dell'epoca avevano in qualche modo il sacro timore di andare a toccare questo elemento, perché si trattava di un qualcosa che già viveva nella sua vocalità.

Nel momento stesso in cui lui ha capito che questo sarebbe stato un valore aggiunto, non solo ha accettato il lavoro senza dire una parola, quindi non entrando nel merito dell'arrangiamento, ma ha percepito di essere in una situazione dalla quale poteva ricavare qualcosa. Soprattutto, è stata utile per il suo futuro, nel senso che da lì è cambiata un po' la sua vita da musicista. Non lo dico io, ma lui. Quindi, in qualche modo, ci siamo cambiati la vita a vicenda.

Franz di Cioccio: In merito alla domanda che ci hai fatto prima... Volevi sapere com'era Fabrizio quando l'abbiamo conosciuto all'epoca. Quello che ha raccontato Franco è esattamente quello che è successo la seconda volta che ci siamo incontrati, ma nel primo incontro evidentemente non eravamo ancora maturi per fare questo scambio. Noi eravamo in un mondo: frequentavamo i locali, le sale da ballo e tutto ciò che ne consegue: il blues, il rock, il beat e lui invece frequentava i salotti bene. Era un borghese con un dono e una cultura molto alta, cosa che noi non avevamo. Però erano due mondi inevitabilmente destinati ad incontrarsi, come i contrasti che generalmente si attraggono. C'erano sia un'attrazione che una repulsione.

Chi lavorava in mezzo gli ha confezionato un vestito perfetto, per com'era l'uomo: borghese, intellettuale, molto dotato e che aveva bisogno solamente di raccontare le storie che scriveva come nessun'altro e che cantava con una voce che aveva solo lui e altri due o tre dell'epoca. Noi invece eravamo dei ragazzi scapestrati che passavano le notti ad ascoltare musica. Pochi libri, tanta musica, molti club, molte jam session, molto fumo e anche molto arrosto.

Franco Mussida: Se senti "Storia di un minuto" parla da solo...

Cristiano Ghidotti: Da appassionato di progressive ho sempre trovato gli anni intorno al '70-'72, degli anni di grande cambiamento. Si passa dalla musica beat, se vogliamo un po' più semplice, ad un modo di relazionarsi al processo creativo più complesso. Nascono suite, concept album, si abbandona la forma canzone più tradizionale. Cos'ha spinto, forse un po' prima all'estero pensando ai King Crimson nel '69 per esempio, poi voi e tante altre formazioni italiane ad approcciare in modo così diverso la musica.

Patrick Djivas: Questo è un fatto di società. Non è esclusivamente un discorso musicale. Molto spesso succede che una parte della società cominci a pensare "Un momento, fino ad ora è stato così e noi non abbiamo potuto dire niente, ma adesso vogliamo esprimerci". Succede questo, come nel '68 con i movimenti giovanili, gli studenti e gli operai che hanno preso la parola. Prima del '68, un ragazzo di dodici o tredici anni a tavola non poteva parlare. Se ne stava seduto in casa sua, con la sua famiglia, e non poteva parlare. Non aveva diritto di parlare, capisci?

Cristiano Ghidotti: È quindi principalmente dovuto ad un bisogno di esprimersi?

Patrick Djivas: Certo, si sentiva questo bisogno. Ogni persona ha dentro di sé un mondo, che sente il bisogno di tirare fuori.

Cristiano Ghidotti: Di conseguenza è esploso anche in ambito musicale.

Patrick Djivas: Esatto, ed è successa contemporaneamente questa cosa anche nel jazz, nella musica pop e addirittura nella musica classica. Più o meno nello stesso momento la musica contemporanea ha preso tutta una serie di risvolti differenti. Il free jazz è proprio nato in quel periodo, il progressive anche... Come vedi non è un caso. Ad un certo momento è come se ci fosse una miccia e tutti aspettano che esploda.

Cristiano Ghidotti: Quindi la musica come specchio dei cambiamenti sociali?

Patrick Djivas - Premiata Forneria Marconi

Patrick Djivas: Sì, oppure i cambiamenti sociali come specchio della musica. È una cosa che succede spontaneamente: arriva un momento storico e in quel momento storico sembra quasi che non ci sia uno dei due mondi che aspetta l'altro, ma spontaneamente, da entrambe le parti, nascono queste cose. È successo nel '68, che è stato senz'altro un momento di creatività estrema sotto questo punto di vista. Di volontà di esprimere delle cose, perché tutte queste cose, chi le ha fatte, le aveva dentro. Non è che noi nel '68 ci siamo detti "cominciamo ad imparare a suonare", noi suonavamo già così. Quello che non facevamo era utilizzare la musica in un certo modo. Ma noi suonavamo già così, perché era una nostra caratteristica da musicisti, ovviamente meno preparati di adesso, ma avevamo già questo modo di avvicinarci alla musica.

Quindi questo è stato un invito a nozze per tutti: c'è qualcuno che lo ha fatto subito, altri erano più nelle file, ma appena hanno visto i primi ci si sono buttati dentro ed è nato tutto questo meccanismo. Era inarrestabile. Non so come dire, non è che si decidesse "adesso noi facciamo questo e quello", non si poteva fare altrimenti e la cosa bellissima è che molti musicisti come me - forse loro meno perché hanno avuto una storia un po' diversa, ma io all'epoca suonavo con gli Area - hanno rinunciato anche a tutte le certezze che avevano.

Franco Mussida: Noi guadagnavamo 2.800.000 lire al mese, di media.

Franz Di Cioccio: Noi guadagnavamo molto di più come I Quelli quando si lavorava, che come Premiata Forneria Marconi.

Franco Mussida: Due milioni e otto al mese. Eran soldi!

Franz Di Cioccio: Una bella fame, però...

Patrick Djivas: È quello che voglio dire... Quindi, in quel momento, questa spinta è stata tale che si rinunciava senza neanche pensarci, senza nemmeno mettere in dubbio se fosse giusto. Ci si buttava e basta.

Cristiano Ghidotti: Potremmo parlare molto di Demetrio Stratos e di altre figure importanti, ma torniamo su un argomento... Avete detto "abbiamo rinunciato a tutto e ci siamo messi a fare progressive", ma come reagiva la gente?

Franz Di Cioccio: No, non i pezzi progressive, abbiamo iniziato a fare la nostra musica, perché ci sentivamo più preparati da un punto di vista musicale piuttosto che nel fare le canzoni che il mercato chiedeva. Quando tu ti poni di traverso rispetto al mercato significa che c'è un cambiamento epocale in atto, così come è successo con la musica punk, si sono messi di traverso. Se non ha funzionato allora per certi versi, ha funzionato dopo: guarda il successo di gruppi come i Green Day ad esempio.

Franco Mussida: Cristiano, io ho capito cosa intendi. Però vedi, il fatto è questo: il musicista ha bisogno di un palcoscenico. Se non ha un palcoscenico e suona da solo in cantina, dopo un po' si rompe le balle. Deve trovare il sistema per lasciare un segno nella società. Il problema è che noi all'epoca avevamo una struttura sociale che non era per niente adeguata alla musica che suonavamo.

Nei locali che c'erano un tempo e che ci ospitavano quando facevamo I Quelli, la gente andava e chiedeva certe canzoni. Noi, da bravi sognatori quali eravamo, siccome i palchi erano quelli e di un palco avevamo bisogno, non ci interessavamo di immaginare se poi il proprietario del locale sarebbe stato contento oppure no. Noi ci impossessavamo del palco e facevamo la nostra musica: "21st century schizoid man", i Jethro Tull, gli Ekseption, i Deep Purple e chi più ne ha più ne metta. Ad un certo punto il proprietario del locale... Ricordo che ogni tanto c'erano alcune persone del Coro di Santa Margherita che arrivavano e apprezzavano. Dicevano: "Cacchio, ma che bella questa musica", però erano soltanto... erano gli snob della situazione, ma per il resto...

Cristiano Ghidotti: Vorrei concludere chiedendo a Franz di un progetto che vi sta particolarmente a cuore, quello degli Orsi della Luna, di cui avete parlato più volte. In cosa consiste e come si può contribuire?

Franz Di Cioccio: Si può contribuire tramite un sito (OrsiDellaLuna.org), iscrivendosi e adottando un orso. Proprio da ieri io ho Emma, un orso bellissimo che abbiamo salvato. Costa poco. Tu dirai "con tutto quello che c'è nel mondo...", ma è un qualcosa che aiuta a sentirsi attivi in questo momento di biodiversità. Puoi adottare gli orsi come puoi contribuire a qualsiasi altra causa.

Abbiamo scelto gli orsi perché ci è arrivata una comunicazione e quando ho visto le prime foto e i filmati... sono cose allucinanti. Mettono delle cannule fisse all'interno dell'orso, non solo fino a quando tolgono la bile da sveglio e da vivo, ma per tutta la vita. Questi orsi sono in gabbie dove non si possono muovere, gli vengono strappati i denti perché altrimenti si ucciderebbero. Spesso gli animali, quando soffrono troppo, si uccidono. Lo fanno in tanti, da quello che va sulla tagliola e si strappa una zampa, alle lepri che se perdono gli arti posteriori si suicidano. Fa parte della loro natura. Tutto questo lo fanno per 400 dollari e alla fine un orso che fornisce poche gocce di bile in tutto l'anno viene massacrato. Dopo una lunga battaglia sono state messe fuorilegge queste fattorie della bile, ma ne sono rimaste alcune clandestine. Personalmente, mi batto anche per i combattimenti tra cani, le ecomafie ed altre cose. È questo il motivo per cui la PFM ha abbracciato questa causa.

 

Intervista realizzata da Cristiano Ghidotti, PianetaRock.it © giugno 2010

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