Intervista a Jimmy Spitaleri, cantante dei Metamorfosi

Cristiano Ghidotti intervista Jimmy Spitaleri, cantante della storica formazione progressive Metamorfosi

Cristiano Ghidotti intervista Jimmy Spitaleri

C.G.: Ciao Jimmy e benvenuto sul PianetaRock.it. In breve, vuoi spiegare a chi non ne fosse a conoscenza chi sono i Metamorfosi e qual è l'ambito musicale nel quale operano ormai da decenni?

J.S.: Il nostro ambito è quello esclusivo del rock progressive. Metamorfosi nasce nel 1971, quando incontrai i Frammenti, band che eseguiva cover e, soprattutto, messe "beat", allora molto in voga. Io giunsi con dei pezzi nuovi come "Crepuscolo", "E lui amava i fiori" ed altri. Da quel momento si cambiò rotta e decidemmo di fare solo musica originale. Fu firmato un contratto con la casa discografica Vedette e dopo sei mesi, eravamo quindi nel 1972, uscì "...E fu il sesto giorno", il nostro primo album. In seguito, Metamorfosi, facendo fede al suo nome, cambiò in modo radicale, eliminando del tutto la chitarra e sostituendo il batterista. Dopo altri sei mesi, nel gennaio 1973, uscì "Inferno". Il resto è un'altra storia, fino alla reunion della band nel 1995. Poi fu il "Paradiso".

C.G.: Il vostro progetto nasce parecchio tempo fa, quando il panorama musicale, in particolare quello italiano, era ben differente da quello attuale. Cosa è davvero cambiato in tutto questo tempo?

J.S.: In questi anni si è passati dal beat, al progressive (allora chiamata "musica d'avanguardia"), poi al punk, ma la vera evoluzione musicale va dal 1968-69 al 1973-74. Gli anni '80 sono stati i più bui in quanto a ricerca musicale, poi negli anni '90 c'è stata una ripresa riguardo il rock progressive che, anche rimanendo un genere musicale di nicchia, ha avuto una nuova e più ampia diffusione a livello mondiale. Molti gruppi, anche stranieri, si sono riformati e da allora parecchi giovani hanno scoperto questo genere musicale. Quindi, cultori "storici" e nuove generazioni formano un nucleo di appassionati in continua crescita. Insomma: il progressive è sempre vivo.

C.G.: "...E fu il sesto giorno", "Inferno", "Paradiso". Tre dischi spalmati in quasi 40 anni di storia e di carriera, uniti dal comune denominatore della passione per la musica profonda e ricercata. Progressive e spiritualità si sono sempre tenuti per mano nelle vostre creazioni, senza mai incappare nel rischio di ripetersi o diventare retorici. Qual è la prossima evoluzione, pardon, "metamorfosi" che avete in serbo per noi?

J.S.: Il futuro è nelle nostre mani. Ci potrebbero essere novità. Posso dire che siamo nella fase compositiva del "Purgatorio", che potrebbe rappresentare, sempre nel rispetto della nostra identità musicale, una nuova tappa del percorso di ricerca artistica.

Cristiano Ghidotti intervista Jimmy Spitaleri

C.G.: Descrivendo le figure protagoniste nei brani di "Inferno", proprio su PianetaRock.it, ho scritto "Nei gironi di quest'inferno troviamo spacciatori, razzisti, politici corrotti, avari, lussuriosi, violenti e sfruttatori; tutti con le loro storie ed i loro peccati da espiare". Rileggendo queste parole mi rendo conto di quanto il vostro disco datato 1973 risulti ancora oggi attuale e di come ad ognuno di quei dannati non risulti difficile abbinare un nome ed un volto di un nostro contemporaneo. Anche allora avevate in mente qualcuno o qualche avvenimento in particolare a cui fare riferimento durante la composizione dei testi?

J.S.: In quegli anni le coscienze erano sconvolte in particolare per quello che succedeva in un piccolo Paese del Sud est asiatico. Dalla fine degli anni '60 la guerra del Vietnam fece indignare milioni di persone, con i tanti ragazzi americani arruolati a forza per andare a combattere una guerra sbagliata, con le rivolte degli studenti da Berkeley a Parigi, a Roma e l'emergere di un nuovo protagonismo dei cittadini.
Poi c'erano stati altri avvenimenti: l'invasione sovietica della Cecoslovacchia di Dubcek, la guerra continua in Medio Oriente. Il nostro "Inferno" condannava la divisione del mondo in blocchi contrapposti, con il duo dominante Stati Uniti-Unione Sovietica che decideva i destini del mondo. Proprio in un brano, esplicitamente, facevamo maciullare i loro leader da Lucifero (allora c'erano Johnson e Nixon negli Usa e Breznev a Mosca).
Ma collocavamo laggiù non solo i capi politici, ma anche spacciatori di droga, gli sfruttatori di ogni tipo, i razzisti, la mafia. Insomma, parlavamo dei mali delle nostre società che, con qualche modifica nei nomi e nei luoghi, di fatto rimangono ancora irrisolti.

C.G.: Il passaggio dal disporre di strumentazione esclusivamente analogica all'invasione del digitale ha comportato anche un diverso approccio nel vostro modo di comporre i pezzi?

J.S.: Sostanzialmente non è cambiato nulla, perché continuo a comporre esclusivamente con la chitarra ed un piccolo, vecchio registratore. Riguardo invece la strumentazione combiniamo gli strumenti storici con la nuova tecnologia, ma sempre cercando di mantenere lo stile e le sonorità che ci cararatterizzano da sempre.

C.G.: Come mai oggi è tanto difficile assistere alla nascita di band che adottino la musica come mezzo per raccontare una storia, per esempio attraverso la realizzazione di concept album, preferendo miscelare in un unico prodotto canzoni contestualmente slegate fra di loro? Sono cambiati i musicisti o è cambiato il pubblico?

J.S.: Oggi siamo in un contesto totalmente diverso. Quel tempo di cui parlavamo prima in buona sostanza è irripetibile: la ricerca sonora ed artistica era slegata da un'impostazione oggi in gran parte puramente commerciale. I nuovi gruppi sono condizionati dai possibili passaggi dei loro album sui grandi network radiofonici. Un'espressione musicale d'avanguardia è ancora possibile e in diversi ci provano, autoproducendosi.
In questo senso il web e la tecnologia digitale permettono a questi ragazzi di aprire varchi interessanti nel desolante panorama musicale. Il pubblico, gli ascoltatori, spesso non educati musicalmente, si accontentano e si nutrono di quel che viene trasmesso e ritrasmesso. Solo pochissimi programmi si occupano di musica considerata "di nicchia". Così la gran parte di quel che si ascolta mi sembra, uso un'espressione forte, "spazzatura musicale".

Cristiano Ghidotti intervista Jimmy Spitaleri

C.G.: Parlaci dei tuoi progetti solisti, con i quali a cavallo tra gli anni '70 e '80 hai anche pubblicato alcuni dischi con lo pseudonimo Thor.

J.S.: Dopo lo scioglimento di Metamorfosi nel 1974 ed un breve soggiorno negli Stati Uniti, tornato in Italia, ho avuto la proposta di registrare prima un singolo ed in seguito un album con lo pseudonimo di Thor; album peraltro stampato e mai messo in commercio per ragioni a me sconosciute ed inspiegabili.
Nel 1979, invece un'altra tappa del mio percorso. Per un anno, lavorando insieme a Maurizio Monti per i testi, io mi sono concentrato sull'elaborazione musicale e su una nuova utilizzazione innovativa della mia tecnica vocale, preparando un album poi uscito all'inizio dell'anno successivo. Con "Uomo irregolare", che ho firmato come Davide Spitaleri, passavo a una diversa impostazione, con contenuti ancora più concentrati sui nostri temi tradizionali: il controllo sociale, l'emarginazione delle persone, la violenza sulle donne, la follia, la solitudine nelle grandi metropoli. Anche le sonorità erano fra tradizione ed innnovazione.

C.G.: La tua voce è una delle più potenti e suggestive dell'intero panorama musicale italiano. Partiamo da questo per parlare di un tuo illustre collega, Demetrio Stratos, di cui proprio qualche mese fa si è celebrato il 30° anniversario dalla prematura scomparsa. Che ricordo hai di Demetrio? Hai avuto modo di incrociarlo sul palco?

J.S.: Non ho mai avuto occasione di incontrarlo direttamente. Stratos è stato una grande voce del panorama italiano, ma avevamo due visioni completamente diverse di fare musica ed usare la voce.

C.G.: Visto che ormai ci siamo addentrati nel panorama rock progressive: quali sono i dischi di quel periodo d'oro a cui sei più affezionato, sia italiani che internazionali?

J.S.: In quel periodo componevo la mia musica indipendentemente da altri. Mi ispiravo alla tradizione italiana. Non ho mai cercato di ispirarmi a gruppi esistenti, seppur importanti per il mondo del rock. Certamente apprezzavo e ascoltavo Jimi Hendrix, Doors, Steppenwolf, Cream, Pink Floyd e Janis Joplin.

C.G.: Voltiamo pagina e parliamo d'altro. Quest'intervista finirà, oltre che sulle pagine di PianetaRock.it, anche su Facebook, Twitter, MySpace ed altri lidi virtuali ancora. Se ti dico Web 2.0, internet e social network, cosa ti viene in mente? Credi che la possibilità di raggiungere una platea tanto ampia grazie a questi strumenti rappresenti realmente per i musicisti una nuova opportunità di promozione?

J.S.: I social network hanno due facce: se ci si concentra soltanto sul loro aspetto virtuale i rapporti umani e la vita reale si disperdono, talora andando degradandosi. Altra cosa è usare il web in modo utile, per colloquiare con chi è altrove poco raggiungibile o anche per promuovere qualcosa che sarebbe magari impossibile o complicato far conoscere a chi desideriamo. Bisogna usare questi mezzi con intelligenza. Per i giovani artisti, per i musicisti e per chi ha da proporre qualcosa di nuovo, è uno strumento di comunicazione in più. Basilare è che vi sia il talento, comunque.

C.G.: Grazie Jimmy, a nome mio, dei visitatori di PianetaRock e di tutti gli amanti del rock progressivo.

J.S.: Un saluto a te, a tutti i lettori del web e non solo.

Cristiano Ghidotti, PianetaRock.it © dicembre 2009

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