David Gilmour "On A Island"
di Cristiano Ghidotti

David Gilmour - On A Island Recensire questo "On A Island", disco che David Gilmour ha deciso di regalarsi proprio in occasione del suo 60° compleanno, non è cosa semplice.
La difficoltà sta nel fatto che il nome del chitarrista è saldamente legato ad uno dei più grandi gruppi rock di sempre e che, si rischia di aspettarsi dall'ascolto un nuovo album targato Pink Floyd.

Fin da subito ci si accorge che mai titolo e copertina furono più azzeccati per un album: "On A Island" è lento, le sonorità dilatate, i ritmi cadenzati e le melodie delicate... fin troppo...

Insomma, so bene che sono passati 35 anni da quando Gilmour se ne stava seduto in terra in mezzo alla sabbia nell'Anfiteatro di Pompei a "far gridare" la propria Stratocaster (chi non sa a cosa mi riferisco corra a guardarsi il DVD "Live At Pompeii") e pretendere che ancora oggi scriva pezzi con la stessa carica e la giusta dose di "follia" sarebbe troppo ma ciò che manca a "On A Island" è proprio un po' di sana grinta.

Si parte con "Castellorizon", brano che prende il nome da una località greca (dove il buon vecchio David si è regalato una casa) e che funge da introduzione condita dai suoni tipici dell'isola.

La traccia che da il nome all'album è la più riuscita, una ballata di quasi sette minuti in cui le sonorità in alcuni punti ricordano i fasti della musica floydiana dei bei tempi (l'avevo detto che è impossibile non fare paragoni...), impreziosita dai cori di David Crosby e Graham Nash.

"Take a breath" è l'unica canzone in cui si avverte un po' di ritmo; contrariamente a quanto succede nel 90% dei dischi in cui si inserisce una ballata per spezzare i ritmi, il brano sembra essere stato messo in scaletta come diversivo tra un pezzo lento e l'altro.

L'altra eccezione può essere rappresentata da "This Heaven" che presenta una buona prova
vocale e alla sei corde del chitarrista.

Il sax di "Red sky at night" (suonato dallo stesso Gilmour) non può che riportare alla mente le storiche melodie di Dick Perry, mentre "The Blue", "Then I Close My Eyes" e "Smile" sono altri tre pezzi delicati che, come ho anticipato all'inizio, potrebbero essere spiegati
dalla copertina dell'album meglio che da mille parole: l'atmosfera che li pervade è intrisa di pace e tranquillità.

Potrà sembrare ripetitivo ma anche per quanto riguarda gli ultimi due brani ("A Pocketful Of
Stones" e "Where We Start"), bisogna tornare a dire che manca ritmo...

Insomma, con gli anni Gilmour non ha certo perso fantasia o creatività, infatti le sonorità dei pezzi non sono per nulla ripetitive; il problema è che tutto il disco (tranne i due casi citati) soffre di una lentezza che alla lunga può portare ad etichettarlo come "rilassante e buono da ascoltare durante un lungo viaggio in autostrada".

Personalmente da fan del buon David, credo di esprimere un'opinione condivisa dicendo che
questo non è ciò che ci aspettavamo da un'artista che, lo scorso luglio sul palco del Live Aid 8 aveva dato l'impressione di non aver perso grinta e feeling con lo strumento.

Mezzo punto in più per la cura maniacale che, da sempre, contraddistingue le produzioni firmate Gilmour e per esser stato capace di rimettere insieme su un disco metà line-up dei Pink Floyd (eh sì, Richard Wright è presente su "On a island" e "The blue").

Voto: 6 / 10 Voto: 6 / 10

Tracklist:
01. Castellorizon
02. On an island
03. The blue
04. Take a breath
05. Red sky at night
06. This heaven
07. Then I close my eyes
08. Smile
09. A pocketful of stones
10. Where we start

Etichetta: Capitol
Anno: 2006
Sito internet: http://www.davidgilmour.com

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